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       DIRIGENTI   E   SOCIETA'          

di Stefano de Pantz ( 6 - 9 - 2005 )

Fino a qualche anno fa la maggior parte delle società affiliate alla Federazione Tennistavolo sorgevano, come quasi certamente anche per altre discipline cosidette minori, per iniziativa di una singola persona con la sviscerata passione verso il nostro sport, il più delle volte praticato agonisticamente in anni antecedenti la fondazione stessa della F.I.Te.T.
Questi sodalizi vedevano espandersi piuttosto facilmente i propri vivai grazie soprattutto al materiale umano frequentatore delle parrocchie. Nel prosieguo dell'attività, passato poco tempo, si iniziavano a riscontrare i primi problemi di gestione in quanto difficoltà logistiche, finanziarie, burocratiche sempre crescenti andavano ad aggiungersi al tempo dedicato agli allenamenti: per una od al massimo due persone, che solitamente gestivano l'attività, l'impegno iniziava a diventavare così troppo gravoso. La sopravvenuta consapevolezza - peraltro sempre un po' troppo tardiva - di un irrimediabile declino tecnico dell'appassionato fondatore, sanciva nel contempo la progressiva trasformazione di questo benemerito personaggio da giocatore ad allenatore e dirigente tutto fare.

Oggi i tempi sono cambiati e si assiste ancora - anche se più raramente - alla nascita di società "vecchia maniera". Probabilmente i problemi sono ora ancora maggiori: alla cronica mancanzi di spazi (la difficoltà di trovare i vecchi scantinati si è tramutata nella strenua lotta con le altre discipline per ottenere le palestre scolastiche), le incombenze burocratiche sono aumentate, la quasi totale sparizione dei ricreatori parrocchiali, ma soprattutto il benessere e l'ormai scarsa predisposizione delle persone verso il volontariato sportivo, hanno fatto sì che il numero di sodalizi sportivi così concepiti vada sempre scemando.
D'altra parte stanno però crescendo - non tanto più numerosi, ma più frequentemente - sodalizi semi professionistici che, in pochi anni, arrivano a disputare i campionati maggiori: la disponibilità economica consente, nella maggior parte dei casi, di poter disporre di parecche migliaia di euro indirizzati principalmente verso il cosidetto "capitolo di spesa giocatori".
Talvolta, ma non sempre, queste società riescono anche a dotarsi di un impianto fisso, di uno staff dirigenziale e tecnico, e le migliori sviluppano anche un buon vivaio giovanile sull'onda dell'entusiasmo per i risultati delle squadre maggiori.
Anche in questo caso i problemi sorgono in un secondo tempo, quando soprattutto la frequente mancanza di una seria programmazione costringe questi club a bruschi ridimensionamenti od addirittura alla cessazione dell'attività - anche se effettuata ad alto livello - dopo soli pochi anni.

A mio avviso quando accadono questi episodi, il danno per tutto il movimento è veramente notevole: le cosidette offerte irragiungibili (per gli altri club) agli atleti causano un'evidente destabilizzazione del mercato, i giovani (pochi) cresciuti nel vivaio sono costretti ad emigrare passando da un club all'altro e - quando va bene - da un allenatore all'altro con seri problemi logistici e di crescita tecnica, ma ciò che è ancor più grave consiste nel riciclo di quei "dirigenti" presso altre entità territoriali, cosicchè queste vicende si moltiplicano generando ulteriori nuovi danni.
Penso di poter dire che nel Veneto non siano accaduti episodi del genere eclatanti, probabilmente in quanto a tutt'oggi le società che per così dire vanno per la maggiore, hanno radici storiche piuttosto radicate oltre ad essere guidate da dirigenti di esperienza e capacità piuttosto consolidate. Purtroppo però a questa constatazione, che per certi versi si può considerare positiva, non può non fare seguito la presa di coscienza che da anni nella nostra regione non sorgono nemmeno dei sodalizi con le caratteristiche che potremmo definire "prima maniera". Più precisamente queste società, create dal già citato appassionato di turno, si trovano anch'esse - sempre per i citati motivi - a non avere vita lunga; risultano spesso incapaci di inserirsi in pianta stabile tra i club di maggior prestigio o quanto meno di maggior riferimento, insomma .. non lasciano il segno.

Se facciamo un'analisi ci accorgiamo che certamente alcune realtà sono sorte e meritoriamente svolgono l'attività dibattendosi tra i periodi più o meno felici che peraltro accumunano tutti i clubs, ma quante di queste squadre hanno saputo - sotto l'aspetto agonistico ovviamente - contrastare, affiancare e sostituire le entità storiche della regione?
Tutte queste considerazioni vanno a completare quanto già espresso nel mio precedente intervento, circa le conseguenze negative a catena che la diminuzione del numero di società affiliate comporta.
Vorrei ricordare come alcuni anni fa - e più precisamente negli anni '80 - vivemmo un periodo di tempo piuttosto lungo nel corso del quale furono puntualmente ospitate dai nostri sodalizi manifestazioni internazionale di grande levatura tecnica e di prestigio. Ricordo perfettamente che un po' tutti noi consideravamo quegli eventi, così come le tre vittorie dello scudetto nel maggior campionato a squadre femminile avvenuta in quegli anni, portatori di un avvenire splendente e radioso per la nostra regione.
Purtroppo tutto questo non avvenne ed anzi penso di poter dire che quell'epoca risultò un punto di arrivo e non di partenza. Al contrario, forse fu proprio da quel periodo che iniziò, dopo un periodo di stasi, il lento ed inesorabile declino del pongismo veneto. Non mi riferisco ovviamente all'attività dei singoli club, ma bensì alla situazione generale del movimento, nella fattispecie alla ormai cronica mancanza di società affiliate, dirigenti, giocatori, arbitri, che puntualmente possiamo verificare nel corso delle manifestazioni.

Il Veneto vanta attualmente, dopo lungo tempo, un buon numero di club nei maggiori campionati a squadre maschili: come peraltro già accaduto in passato è ancora attuale il convincimento comune considerare questa situazione foriera di positivi sviluppi per tutto il nostro ambiente. Questa volta però è d'obbligo l'imperativo di non lasciarci scappare anche questo treno se vogliamo dare il via alla tanto agognata ripresa del nostro tennistavolo.
La crisi è profonda, c'è bisogno di tutti ma anche e soprattutto degli altri e di altri.
Penso sia indispensabile fare di tutto per cercare di limitare le perdite tra dirigenti e società già operativi, ma bisogna soprattutto creare un punto d'incontro con nuove forze, portatrici di idee ed innovazioni, con l'intento comune di "fare movimento".
Dobbiamo essere consapevoli che quando una società cessa l'attività è un danno per tutto l'ambiente, così come dobbiamo essere consapevoli che quando un ragazzino smette di giocare - e sono stati tanti e poi tanti in questi ultimi anni - non deve essere considerato un avversario in meno per i nostri atleti, bensì una perdita, grave, per tutto il movimento.

Per risolvere i problemi che ci attanagliano è doveroso ricercarne le cause, ma sinceramente ritengo controproducente ed inutile sprecare energie per tentare di individuare - soprattutto negli altri - colpe e responsabilità che in realtà talvolta non esistono.
A mio avviso è solamente quando un bambino smette di giocare che dobbiamo ricercare eventuali responsabilità: ci accorgeremo che talvolta la colpa è proprio nostra.