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| IL RICORDO DI ENNIO MINOLITI
di Stefano de Pantz ( 6-4-2008 ) E' passato moltissimo tempo da quando incrociai per l'ultima volta Ennio Monoliti: ricordo eravamo a Terni in occasione di uno dei tanti tornei giovanili, ma le distanze chilometriche che ci separavano ed il progressivo allontanamento di entrambi dal tennistavolo di alto livello ci hanno impedito di rinverdire in altre occasioni la nostra conoscenza risalente addirittura ai primi anni '80. A quell'epoca io venni chiamato dalla federazione per collaborare ad alcuni stages della nazionale giovanile femminile dove erano impegnate alcune mie atlete e fu così che ebbi l'opportunità di conoscere Ennio che, in quel periodo, era proprio uno dei tecnici delle squadre azzurre giovanili. Ricordo che mi colpì questa persona estremamente riservata e taciturna, all'apparenza abbastanza a disagio in un ambiente dove le chiacchiere inutili certamente non mancavano, assolutamente privo della boria che molto spesso s'impadronisce di quanti vengono chiamati a ricoprire un ruolo di un certo spessore. Più di una volta notai anche un certo disagio nei confronti del comportamento tenuto dai ragazzi che doveva seguire e spessissimo il fatalismo tipico nelle persone della sua terra affiorava nei suoi discorsi, specialmente quando doveva rendere conto dell'andamento di talune partite. Molto spesso fingeva di non vedere le marachelle di qualche giovane atleta, ma in realtà non gli sfuggiva nulla e su una cosa, in particolare non transigeva: il rispetto! Fu proprio in una di queste occasioni che lo vidi arrabbiarsi di brutto – lui, solitamente così flemmatico – e ribadire ad un ragazzo di “ricordarsi che sul petto portava scritto Italia”: testuali parole. Ennio era dunque, già allora, una persona un po' fuori dal tempo: figuriamoci oggi! Quando ci incontravamo mi salutava sempre con un mezzo inchino, gesto che realmente faceva con le mamme delle mie atlete, sciogliendosi nell'ormai consueto “carrrrodddebànz”: notai anche che talvolta, inizialmente, mi rivolgeva la parola usando addirittura il “voi”, ma bastavano due minuti di conversazione per tornare immediatamente al confidenziale “tu”. Era un allenatore che quando attendeva un ragazzo all'orario previsto dalla convocazione in nazionale e non lo vedeva arrivare, si premuniva di telefonare a casa preoccupato che a costui non fosse accaduto nulla. Ricordo che fu anche protagonista di un episodio piuttosto comico. La panchina, la strategia di gara, la partita, non erano il suo forte, egli era più portato per il lavoro negli allenamenti, gli schemi, soprattutto insisteva sull'allenamento delle gambe e quella volta, agli internazionali d'Italia di Venezia proprio seguendo una mia atleta in un incontro del primo pomeriggio, era tanto il suo “entusiasmo” che si appisolò in panchina suscitando l'ilarità generale. Ennio era così: sia io che lui non eravamo fatti per la nazionale: troppi compromessi, troppa politica, troppi interessi, ed infatti in breve tempo tornammo entrambi alle nostre amate palestre. Con grande rammarico ho saputo che nei giorni scorsi Ennio ci ha lasciati per sempre: il più bel ricordo che sicuramente serberò di lui sarà quello di un vero Signore.
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