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    SE  N'E'  ANDATO  UMBERTO  VIGNA        

di Stefano de Pantz ( 2 - 12 - 2009 )

Con Umberto Vigna se ne va un pezzo di storia del tennistavolo veneto e veronese in particolare.

Ritengo fosse almeno un decennio che Vigna non calcava le scene pongistiche e per molti degli attuali dirigenti e giocatori il suo nome significa poco o nulla.

Non così per noi, di una ventina d'anni più giovani, fin da quando ci affacciammo al tennistavolo dove vedevamo, soprattutto nella palestrina sotto lo stadio Bentegodi, questo forte giocatore che tanto timore e soggezione incuteva a tutti, al di fuori di Danti che lo batteva regolarmente.

Aveva iniziato la sua carriera nel G.S. Tebaldi, uno dei gruppi sportivi storici della nostra città, ed un po' alla volta si era imposto come uno dei giocatori più forti degli anni ‘70/80 raggiungendo con merito la seconda categoria. Si andava raccontando che in Serie B avesse un record di venti incontri vinti consecutivamente tutti per 2 sets a 0.

Dal fisico robusto ed arcigno, pelato, ma con basettoni e baffi, con la sua Sriver Killer, l'antitop dell'epoca per antonomasia, copriva gran parte del tavolo domando letteralmente con blocchi asfissianti gli avversari per poi fulminarli con schiacciate sul tavolo secchissime ed imprendibili.

Rari i suoi gesti di esultanza, al massimo un giro su se stesso o due passetti avanti e due indietro, imperturbabile nei momenti di difficoltà: rarissime le parole e le esclamazioni.

In passato alcuni allenatori mi raccontarono che molti dei bravissimi giocatori emersi in quegli anni nel panorama pongistico veronese si formarono tecnicamente scagliando migliaia di colpi ad infrangersi sull'anti-top di Vigna che, con il suo gioco asfissiante li costringeva alla massima regolarità ed attenzione.

Vigna giocò praticamente per tutte le società veronesi ed è doveroso ricordare questo aspetto in quanto, per forza di cose, aiuta a comprendere quale fosse il suo complesso aspetto caratteriale.

Era una persona estremamente riservata, a tratti scontrosa, tanto che i rapporti con lui dovevano sempre essere improntati tenendo ben presenti il suo modo di pensare e di porsi: bastava un nonnulla affinchè si risentisse, una banale incomprensione poteva tramutarsi in una grave offesa sufficiente per interrompere ogni tipo di rapporto o, appunto, per cambiare società.

Pochissimi i ricordi di scherzi o battute, o di pizze mangiate in compagnia.

Forse anche per questo suo modo di relazionarsi con le persone ha fatto si che tutti si rivolgessero a lui chiamandolo sempre con il cognome, come sto facendo anch'io in questo momento; non ho mai sentito nessuno chiamarlo Umberto.

E' brutto citare aspetti caratteriali che possono sembrare negativi di una persona che non è più tra noi, ma nel caso di Vigna ricordare tutto questo serve come una sorta di passe-partout per non farci dimenticare che egli era fondamentalmente una persona sola, senza amici, con pochissimi conoscenti. Basti pensare che fino a ieri abitava a poche decine di metri dalla palestra e nessuno di noi ha il ricordo che vi abbia messo piede anche solo per assistere a qualche scampolo di partita di campionato o per salutare i vecchi compagni di squadra.

Ricordo come fosse ieri e quanto grande sia stato il mio rammarico nei suoi confronti quando, molti anni fa, telefonò a casa mia piangendo come un bambino per dire che era morta sua madre alla quale era legatissimo: all'epoca non ero sposato ed addirittura Vigna parlò prima con mia madre e poi con me. Io ero il dirigente della società per la quale era tesserato in quel momento e nulla di più, tanto meno un amico, ma egli non aveva alcuna altra persona alla quale confidare il suo dolore.

Quando ogni tanto ci troviamo a pensare come debba essere difficile e triste l'esistenza delle persone solitarie o come certi loro comportamenti possono sembrarci inspiegabili, sarebbe bello che soprattutto noi, che l'abbiamo conosciuto, rivolgessimo un pensiero ad Umberto, con la speranza che almeno adesso, lassù, si venga a trovare meno solo.